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sabato 6 maggio 2017

Se non paghi un debito ti pignorano il quinto dello stipendio. Per i politici non è possibile! E questi continuano a fare i porci comodi loro e si offendono pure quando li chiamiamo Casta...!!!




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Se non paghi un debito ti pignorano il quinto dello stipendio. Per i politici non è possibile! E questi continuano a fare i porci comodi loro e si offendono pure quando li chiamiamo Casta...!!!

Una delle tante vergogne della nostra classe politica
ce ne parla la Gabanelli




lunedì 10 aprile 2017

Lo sai che stai pagando la scorta a Scajola, Emilio Fede, Formigoni, Finocchiaro, Montezemolo, Mastella, Sallusti, Belpietro, Fini nenché a Silvio Berlusconi, al fratello Paolo ed altri 600 così? Sono 255 milioni l’anno, con l'impiego di 4.000 agenti e 1.500 auto!




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Lo sai che stai pagando la scorta a Scajola, Emilio Fede, Formigoni, Finocchiaro, Montezemolo, Mastella, Sallusti, Belpietro, Fini nenché  a Silvio Berlusconi, al fratello Paolo ed altri 600 così? Sono 255 milioni l’anno, con l'impiego  di 4.000 agenti e 1.500 auto!



Il Paese sotto scorta tra status e necessità
255 MILIONI OGNI ANNO
IN ITALIA 600 SCORTE CON 4.000 AGENTI E 1.500 AUTO.
TUTELANO PERSONALITÀ DALLA POLITICA AL GIORNALISMO. LE MOTIVAZIONI SONO SEGRETE.
La stima è di 255 milioni l’anno. Tanto costano le scorte sul bilancio dello Stato. Quasi tutte per necessità, per qualcuno invece lo status di un traguardo raggiunto, soprattutto nell’ambiente romano-centrico, dove le auto blu con tanto di sirena al seguito sono qualcosa come 200, mentre in Italia si stima che siano quasi 600 le scorte affidate a personalità politiche, del mondo dell’impresa, della cultura, dello spettacolo e del giornalismo. Il primo livello di protezione, dedicato a 16 uomini pubblici, è di due o tre auto blindate, ognuna con tre agenti. Il secondo, per 82 beneficiari, due auto blindate, sempre con tre agenti ciascuna. 312 personalità hanno una macchina blindata con due agenti. Le rimanenti 174 sono protette da uno o due agenti con un mezzo non blindato. Negli ultimi anni sono stati spesi 120 milioni di euro per 600 Bmw, 100 Audi e altre auto di lusso. Il parco macchine complessivo è di circa 1.500 unità. Una flotta. 4 mila sono gli agenti utilizzati.
De Mita, Scajola, Pisanu, Mastella
A scorrere l’elenco, in alcuni casi, viene da chiedersi il perché. Non si capisce, per esempio, come Antonio Mastrapasqua, ex presidente dell’Inps, viaggiasse scortato da tre agenti. Oppure la necessità di tutelare ministri della prima Repubblica come Paolo Cirino Pomicino e Ciriaco De Mita, altri da tempo non più in carica come Claudio Scajola, Beppe Pisanu, Francesco Rutelli, Gianfranco Rotondi, Lorenzo Cesa. Romano Prodi, due volte presidente del consiglio dei ministri, una volta presidente della Commissione europea e, in lontano passato, ministro dell’industria prima e presidente dell’Iri dopo, è scortato da quattro agenti che si alternano: “Rinuncerei volentieri, sono obbligato”. Almeno sul territorio italiano. Quando è a Bologna riesce a svicolare e spessissimo gira da solo.
Di una scorta di due uomini può godere anche Paolo Berlusconi, nella carica di fratello dell’ex presidente del consiglio. Il direttore del suo Giornale, Alessandro Sallusti e l’ex, Vittorio Feltri hanno diritto a due agenti ciascuno. Tra i direttori protetti c’è infine anche Maurizio Belpietro. Scortati sono anche il direttore della Stampa Mario Calabresi ed Emilio Fede, protetto da due agenti da molti anni. Tra i sorvegliati speciali del ministero non ci sono, al momento, né Beppe Grillo, leader del Movimento 5 stelle, né il segretario del Partito democratico , Matteo Renzi che, nonostante le resistenze fatte fino a oggi, avrà – come finora da protocollo li ha avuti il premier uscente Enrico Letta – 15 angeli custodi appena si sarà insediato a Palazzo Chigi.
Diversa, invece, la situazione per Grillo: formalmente non è segretario di nessun partito e il ministero non gli può imporre di essere sorvegliato. Qualche mese fa, dopo una serie di minacce registrate dai carabinieri, Grillo venne convocato perché accettasse di avere almeno due persone che sorvegliassero sulla sua incolumità personale. La risposta è stata un categorico no. Nonostante i suoi comizi siano sempre affollati, nonostante abbia nemici a profusione, nonostante le insistenze della famiglia, ha rifiutato il servizio pagato dalla Stato e non ne vuole sapere neanche di una sorta di sorveglianza privata. “Non ne ho bisogno”, è stata la sua risposta. “E non ne avrebbero bisogno neppure i politici che bivaccano a Roma”.
Boldrini, protetto il fidanzato
Le esigenze dei giorni scorsi e gli attacchi sul web hanno imposto anche di aumentare gli agenti che seguono il presidente della Camera dei deputati, Laura Boldrini: viene sorvegliata da 12 uomini ogni giorno per 24 ore. Per i suoi spostamenti vengono utilizzate sempre due auto blindate e una terza va in avanscoperta per effettuare i sopralluoghi di sicurezza nei luoghi dove è attesa. Una quarta auto tutela l’abitazione privata. Inoltre la scorta è stata estesa anche al suo compagno dalla settimana scorsa, quando il presidente della Camera ha ricevuto un proiettile. in una busta. Sotto tutela è anche il ministro all’integrazione, ormai uscente, Cecile Kyenge, che dopo gli attacchi di cui è stata oggetto nell’ultimo anno e il valore simbolico che ricopre la sua figura di primo ministro nero della storia d’Italia, è sempre circondata da sei uomini.
Ma come vengono assegnate le scorte? Prima del 2002 la questione era regolata dalle singole prefetture. Una persona poteva essere protetta a Milano, ma non essere ritenuta meritevole di tutela dal prefetto di Roma. L’allora ministro degli interni Claudio Scajola nel settembre 2001 lanciò un programma per il taglio del 30% di tutte le scorte che costavano allora circa mille miliardi di lire all’anno, meno di 500 milioni di euro odierni. I tagli provocarono il disappunto di diverse procure tra cui quella di Milano, tanto che il procuratore capo Francesco Saverio Borrelli minacciò uno sciopero della scorta assieme alla sua pm più a rischio, Ilda Boccassini (impegnata in pericolose inchieste sulla ‘ndrangheta).
Ma poi succede l’irreparabile. Il 19 marzo 2002 a Bologna, il giuslavorista Marco Biagi – che da mesi invano chiedeva indietro la scorta che gli era stata tolta dai prefetti di Modena, Bologna, Roma e Milano – fu freddato in via Valdonica davanti al portone di casa. Seguì un vespaio di polemiche che travolsero Scajola e i suoi tagli. Il capo del Viminale, sotto pressione, arrivò a dire poche settimane dopo l’agguato: “A Bologna hanno colpito Biagi che era senza protezione, ma se lì ci fosse stata la scorta i morti sarebbero stati tre. E poi vi chiedo: nella trattativa di queste settimane sull’ articolo 18 quante persone dovremmo proteggere? Praticamente tutte”. Poi dichiarò ancora ai cronisti stupefatti: “Biagi era un rompicoglioni che voleva il rinnovo del contratto di consulenza”. Il politico ligure fu silurato dal governo, ma intanto il 2 luglio 2002 arrivò la legge numero 133, quella tuttora in vigore che ha rimesso all’Ucis, l’Ufficio centrale interforze per la sicurezza nazionale, la competenza di adottare i provvedimenti e impartire le direttive per la tutela e la protezione delle persone esposte a particolari situazioni di rischio.
Cosa dice la legge
La legge, se da una parte vorrebbe razionalizzare il sistema di protezione fino allora frazionato e diviso tra decine di prefetture, dall’altra contiene anche norme discutibili, come quella che prevede che gli autisti dei politici o delle personalità pubbliche o private che ottengano la scorta, possano diventare automaticamente agenti di pubblica sicurezza, con tanto di giuramento. Oppure il comma tre dell’articolo 1, che recita: “Per specifiche circostanze e casi determinati il Presidente del Consiglio dei Ministri, d’intesa con il Ministro dell’interno, può definire modalità differenziate in ordine alla tutela e alla protezione di cui al comma 1”. Un cavillo che lascia mano libera all’allora premier e che viene utilizzato per tenersi la sua mega scorta anche una volta uscito da Palazzo Chigi. Nell’aprile 2006 infatti, come riportarono i giornalisti Stella e Rizzo sul Corriere quando ancora stava a Palazzo Chigi in attesa di lasciare il posto a Romano Prodi, il Cavaliere decise di concedersi una scorta di 31 uomini e 16 auto in qualità ex presidente del consiglio. Quella stessa scorta che oggi una petizione online indirizzata al premier Letta, con 120 mila firme già raggiunte, vorrebbe fosse levata a Berlusconi vista anche alla condanna in via definitiva arrivata nell’agosto 2013 Peraltro lo stesso Copasir, il comitato di controllo parlamentare sui servizi segreti lamenta da tempo carenza di organici tra gli 007 italiani e uno dei motivi sarebbero proprio le scorte: cento agenti segreti infatti sono impiegati nella scorta di esponenti politici per un costo annuo di 15 milioni all’anno.
Da Il Fatto Quotidiano del 17/02/2014.

lunedì 20 marzo 2017

Formigoni condannato non risarcisce i danni: impignorabile lo stipendio da parlamentare! Fosse capitato a Voi Vi avrebbero portato via anche le mutande. Ma proprio non Vi sentite presi per il culo?



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Formigoni condannato non risarcisce i danni: impignorabile lo stipendio da parlamentare! Fosse capitato a Voi Vi avrebbero portato via anche le mutande. Ma proprio non Vi sentite presi per il culo?

A “salvarlo” dal risarcimento danni da 5000 euro che dovrebbe versare alla trasmissione Report è una legge del 1965, che sancisce l’impignorabilità dello stipendio di un parlamentare. E così, Roberto Formigoni, condannato per lite temeraria, pur essendo stato dichiarato “colpevole” non verserà il dovuto a Milena Gabane
Condannato per lite temeraria, in seguito a una querela per diffamazione presentata contro il programma televisivo Report, in onda su Rai3. Nonostante il Tribunale l’abbia dichiarato colpevole e condannato al pagamento di 5.000 euro a titolo di risarcimento danni, Formigoni però molto probabilmente non pagherà il dovuto. Non sarebbe infatti intestatario di alcun conto corrente aggredibile e, per effetto di una legge risalente al 1965, la diaria e lo stipendio di un parlamentare sono per legge impignorabili e non sequestrabili.
A svelare la questione è proprio Milena Gabanelli che, durante l’ultima puntata di domenica 24 aprile, ha mandato in onda un servizio dedicato alla questione, “Gli impignorabili”. Sulla pagina Facebook di Report si legge: “Qualche anno fa Formigoni ci ha aveva fatto una causa per diffamazione, l’anno scorso si è chiusa e il condannato è stato lui perché il giudice ha ritenuto che la lite fosse temeraria ed è stato condannato a pagare oltre alle spese anche a risarcire a noi un danno per 5000 euro. Bene, la settimana scorso ci scrive il nostro avvocato che non li paga e purtroppo, da un controllo effettuato presso la Banca Nazionale del Lavoro del Senato, risulta che Formigoni non è titolare di conto corrente, per cui apparentemente non ha fondi aggredibili. Firmato avvocato Caterina Malavenda”. Conclude il post con il caustico commento della redazione di Reporta: “Si vede che lo stipendio da parlamentare lo incassa in contanti, ma se a qualunque comune mortale condannato che non paga viene pignorato un quinto delle stipendio, perché con Formigoni non si può? La risposta dell’esperto”.
Si tratta della legge 1261 del 31 ottobre 1965 che regola la “determinazione dell’indennità spettante ai membri del Parlamento” all’articolo 5 dice infatti che “l’indennità mensile e la diaria non possono essere sequestrate o pignorate”. Un meccanismo pensato dai legislatori dell’epoca per impedire che i parlamentari potessero in qualche modo essere ricattati e quindi divenire meno liberi e indipendenti. Come spiega l’avvocato Fulvio Pastore, membro del direttivo dell’Assocazione costituzionalisti, interpellato da Report per sviscerare la questione dell’impignorabilità prevista dalla legge 1261, la clausola è stata infatti  inserita a suo tempo per evitare che dei creditori, pignoramdo queste somme, potessero privare i parlamentari “dei mezzi di sussistenza e quindi condizionarne la libertà e l’autonomia”. Attualmente però sembra quasi rivelarsi un boomerang questa prerogativa parlamentare, stando alla vicenda Formigoni.
Anzi, Formigoni non è nemmeno il primo parlamentare ad aver beneficiato del codicillo inserito nella legge 1261: come mostrato da Report. Già Domenico Scilipoti, infatti, che doveva circa 200mila euro all’ingegnere Alberto Recupero e l’ex deputato Nicola Fornichella, che doveva liquidare 140mila euro alla società di comunicazione 2B Team, ne approfittarono.
Formigoni pagherà? Non è dato saperlo attualmente, ma la Gabanelli ha proposto una mediazione: potrebbero andar bene alcuni di quei quadri che, stando ad alcune intercettazioni telefoniche relativa all’inchiesta Ferrovie Nord Milano, sarebbero stati acquistati dalla società para-pubblica e trasferiti a casa Formigoni.

sabato 18 marzo 2017

Una volta esisteva la VERGOGNA. Ora non esiste più manco questa. Fanno una porcata aberrante e se ne vantano pure!




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Una volta esisteva la VERGOGNA. Ora non esiste più manco questa. Fanno una porcata aberrante e se ne vantano pure!


Abbiamo respinto al Senato l'assurda richiesta di decadenza di augusto Minzolini.
Perchè questo non sa neanche cos'è una legge.
O forse lo sa, ma trova assurdo che la casta vi debba sottostare.
La legge è per VOI merdacce non per loro.
...E hanno salvato Minzolini, come ieri hanno salvato altri galantuomini come Dell'Utri, Cosentino...

A me questa gente fa schifo. A Voi non so, ma resta il fatto che invece di aspettarli fuori dai palazzi per prenderli a calci in culo, gli daremo ancora il nostro voto!


Non solo Minzolini... Guarda il video della vergogna