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mercoledì 19 luglio 2017

Greenpeace contro Matteo Renzi: le bugie hanno le gambe corte anche quando si parla di clima!



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Greenpeace contro Matteo Renzi: le bugie hanno le gambe corte anche quando si parla di clima!



Durante il nostro tour "Accendiamo il Sole", lungo la rotta per Lampedusa, ci siamo fermati per proiettare le promesse del Governo, smentite dai fatti, sulle vele della Rainbow Warrior. 
Sullo sfondo, uno dei simboli di questo “governo fossile”, la piattaforma Prezioso.
Basta false promesse, è ora di accendere il sole! ➜ solarnia.greenpeace.it 

Video credits: Simona Cocozza


domenica 4 giugno 2017

Dove sono le Bugie? Un video di 2 minuti per capire chi è Matteo Renzi. Se lo voti o sei complice o sei del tutto idiota!



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Dove sono le Bugie? Un video di 2 minuti per capire chi è Matteo Renzi. Se lo voti o sei complice o sei del tutto idiota!




Matteo Renzi, il video di Franco Bechis: una mitragliata con tutte le sue balle

"Mi dica dove sono le bugie", affermava Matteo Renzi con sguardo serio, guardando dritto in camera. E per demolire l'ex premier è sufficiente un video che dura meno di due minuti, montato da Franco Bechis, che propone una vera e propria mitragliata di bugie. Eccole, Matteo, "dove sono le bugie". Certo, che l'uomo da Rignano sull'Arno non sia esattamente uomo di parola - esercizio piuttosto comune in politica, ma nel quale lui eccelle - non è certo una novità. Ma vedere quest'infilata di menzogne, montate in un video serrato, fa un certo effetto.
Si parte dal referendum, "se perdo non solo vado a casa, ma smetto di far politica". Dunque il celeberrimo "Enrico stai sereno", il messaggio all'allora premier Letta con il quale Matteo aprì la stagione menzognera. Strepitoso, poi, il passaggio in cui afferma: "Dopo le cose sobrie che ho detto di Marini nessuno dirà più che Renzi vuole far carriera, che vuole fare il presidente del Consiglio, farsi incaricare dal Capo dello Stato". Ancora più strepitoso il passaggio in cui Daria Bignardi gli chiede: "Lei vuole fare il presidente del Consiglio?". Risposta: "Sì, ma passando dalle elezioni". Come sia andata, invece, è storia (iniziata proprio dall'Enrico "stai sereno").
E ancora, nella compilation delle balle ecco le parole sul finanziamento pubblico da abolire così come quelle sul ponte sullo stretto di Messina: "Ma quei soldi diamoli alle scuole". Poi però "quei soldi" li ha dati alla costruzione del ponte che non verrà mai costruito. Una montagna di balle, insomma, dove trovano diritto di cittadinanza anche le promesse di Maria Elena Boschi e Valeria Fedeli che promettevano l'addio alla politica in caso di sconfitta al referendum. E anche qui, come è andata a finire, lo sappiamo tutti...

fonte: http://tv.liberoquotidiano.it/video/politica/12403345/matteo-renzi-video-franco-bechis-tutte-le-sue-bugie.html#.WTMYzHfBlbE.twitter



lunedì 10 aprile 2017

Il giudizio del grande Giovanni Sartori su Matteo Renzi: "Berlusconi era un imbroglione morbido. Renzi è un imbroglione aggressivo. L'unica cosa che apprezzo è la totale mancanza di pudore". Non l'ha detto, ma si vedeva chiaro che lo pensava: Renzi è un idiota pericoloso!




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Il giudizio del grande Giovanni Sartori su Matteo Renzi: "Berlusconi era un imbroglione morbido. Renzi è un imbroglione aggressivo. L'unica cosa che apprezzo è la totale mancanza di pudore". Non l'ha detto, ma si vedeva chiaro che lo pensava: Renzi è un idiota pericoloso!

Recentemente scomparso all'età di 92 anni il politologo Giovanni Sartori, professore universitario nei migliori atenei americani ma anche fine editorialista e brillante polemista nelle sue apparizioni in tv e sulle pagine de Il Corriere della Sera. Eccolo nella sua ultima apparizione a LA7, nel programma Fuori Onda, che criticava l'allora presidente del consiglio Matteo Renzi. Intervistato da Luca Sommi, affermava: 'abbiamo un Presidente del Consiglio eletto da Primarie fasulle. Tra Berlusconi e Renzi? C'è una grande differenza: Belrusconi è un imbroglione morbido, Renzi invece è un imbroglione aggressivo'

ecco il video:



lunedì 20 marzo 2017

Per rinvrescarVi la memoria – Il Fatto Quotidiano: Ecco come i soldi dell’ Unicef, invece che far sorridere i bambini Africani, sono serviti a far sorridere le casse della società della famiglia di Matteo Renzi…!!





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Per rinvrescarVi la memoria – Il Fatto Quotidiano: Ecco come i soldi dell’ Unicef, invece che far sorridere i bambini Africani, sono serviti a far sorridere le casse della società della famiglia di Matteo Renzi…!!



Matteo Renzi, “ecco come i soldi dell’Unicef sono finiti alla società della famiglia del premier”


L’inchiesta – I pm che indagano sul presunto riciclaggio di Conticini ipotizzano che parte di quel denaro sia andato alla Eventi 6 srl

La Procura di Firenze sospetta che i soldi dell’Unicef e di Operation Usadestinati alle campagne per i bambini affamati in Africa siano stati usati nel 2011 dal cognato di Matteo Renzi – Andrea Conticini – per iniettare capitali in tre società. La prima è quella dei Renzi, Eventi 6, che allora si chiamava ancora Chil Promozioni e le altre due società sono dei coniugi Patrizio Donnini e Lilian Mammoliti, renziani della prima ora. I Conticini giurano che i soldi sono stati usati per far sorridere i bambini africani con la Play Therapy e l’avvocato Federico Bagattini ha fatto ricorso al Tribunale del riesame. Però l’accusa, con tutti i se del garantismo, resta enorme. I pm Luca Turco e Giuseppina Mione nel decreto di perquisizione non hanno inserito il nome delle società. Basta una visura per scoprire l’approdo del flusso finanziario da Londra a Firenze, segnalato dalla Banca d’Italia perché sospetto e al centro dell’inchiesta svelata da La Nazione venerdì. Cosa dice lo stringato decreto che pubblichiamo qui sopra?
Alessandro Conticini (40 anni ex dirigente dell’Unicef poi socio e direttore della londinese Play Therapy Africa Ltd con la moglie francese Valerie Quere, 42 anni) è accusato insieme a Luca Conticini (35 anni, gemello del terzo fratello Andrea, cognato di Renzi) di appropriazione indebita in concorso con il padre Alfonso, poi deceduto, “dal 2011 e fino al gennaio 2015 in Castenaso (Bologna) in relazione a somme di denaro corrisposte da Operation Usa e Unicef a Play Therapy Africa Limited (Pta Ltd) e da questa stornate, in assenza di idonea causale, in favore di Conticini Alessandro”.
La difesa dei Conticini è che la Play Therapy Africa era una società privatadei due coniugi. In realtà fino al 7 marzo 2013, pochi mesi prima della sua chiusura, apparteneva solo per due terzi ai coniugi Conticini ma per il terzo restante era della Play Therapy International, che ha sciolto l’affiliazione con la Pta Ltd. La rappresentante di Pti nella Pta Ltd, Monika Jephcott, si è dimessa da ‘secretary’ di Pta sempre il 7 marzo 2013. Secondo i pm di Firenze Alessandro Conticini avrebbe preso per sé i soldi destinati alle terapie per i bambini africani da Unicef e Operation Usa. Mentre il fratello, cognato di Renzi, è accusato di reimpiego dei capitali (art. 648 ter, che prevede nei primi due commi il riciclaggio) “commesso in Firenze nel corso del 2011 in relazione a somme di denaro provento del reato sopra indicato impiegate per l’acquisto di partecipazioni societarie in nome e per conto di Alessandro Conticini”. Il punto è che Andrea Conticini ha comprato in nome e per conto del fratello Alessandro quote solo di tre società in Firenze. La più famosa è la Chil promozioni Srl (poi denominata Eventi 6) dei Renzi.
Il 21 febbraio del 2011 davanti al notaio Claudio Barnini di Firenze ci sono le due sorelle e la mamma del premier più il cognato. Benedetta e Matilde Renzi con Laura Bovoli sono già azioniste mentre Andrea Conticini, in nome e per conto di Alessandro, partecipa all’aumento di capitale da 10 mila a 12 mila e 500, con sovraprezzo di 47 mila e 500. In pratica Alessandro Conticini prende una quota del 20 per cento (che poi cederà nel 2013) e mette 50 mila euro nel capitale della Eventi 6.
Matteo Renzi è stato socio e collaboratore di Chil Srl fino al 2003 e poi dirigente in aspettativa di Eventi 6 fino al 2014. Undici giorni prima, il 10 febbraio del 2011, Andrea (in nome e per conto di Alessandro) Conticini compra anche le quote di altre due società del giro renziano: il 20 per cento di Dot Media da Patrizio Donnini (uomo comunicazione di Matteo Renzi e di altri esponenti Pd) per 2 mila euro e il 30 per cento della Quality Press(in liquidazione dal 2013) dalla moglie di Donnini, Lilian Mammoliti, per 30 mila euro. La storia più imbarazzante però resta quella della Eventi 6. La società destinataria dei 50 mila euro dei Conticini non è una srl qualsiasi. Renzi, come raccontato dal Fatto, è stato assunto poco prima di essere candidato nel 2003 alla Provincia e da allora, grazie a questo trucchetto, i suoi lauti contributi pensionistici sono stati versati dalla Provincia e poi dal Comune di Firenze per 10 anni. Il premier si è licenziato dopo i nostri articoli percependo un Tfr che dovrebbe essere pari a circa 48 mila euro. Se l’ipotesi della Procura è giusta, da un lato la società delle sorelle e della mamma incassava dal cognato nel 2011 il capitale di Alessandro Conticini, frutto di appropriazione indebita, e dall’altro lato poi pagava nel 2014 il Tfr per il premier-dirigente in aspettativa. Davvero una brutta storia.

sabato 18 marzo 2017

Vi raccontiamo una favoletta: Matteo diventa Sindaco di Firenze. Dopo 4 giorni Marco Lotti della Bcc di Pontassieve dà un prestito da € 697mila alla società di Tiziano Renzi. Matteo pochi giorni dopo assunse Luca Lotti (figlio di Marco) e la moglie nella sua segreteria…! …Non la conoscete? Non l’avete letta sull’Unità? È la storia della bancarotta fraudolenta della Chil Post del papà di Renzi…!





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Vi raccontiamo una favoletta: Matteo diventa Sindaco di Firenze. Dopo 4 giorni Marco Lotti della Bcc di Pontassieve dà un prestito da € 697mila alla società di Tiziano Renzi. Matteo pochi giorni dopo assunse Luca Lotti (figlio di Marco) e la moglie nella sua segreteria…! …Non la conoscete? Non l’avete letta sull’Unità? È la storia della bancarotta fraudolenta della Chil Post del papà di Renzi…!


RinfrescateVi la memoria con la ricostruzione de Il Fatto Quotidiano:
Secondo il quotidiano Libero, il 26 giugno 2009, 4 giorni dopo la vittoria dell’allora “rottamatore” alle elezioni comunali a Firenze, il funzionario della Bcc di Pontassieve Marco Lotti dava il primo parere favorevole alla concessione di un prestito da 697 mila euro alla società del papà del presidente del Consiglio. Che da primo cittadino assunse Luca e la moglie Cristina nella sua segreteria.
Ventidue giugno 2009. Matteo Renzi diventa sindaco di Firenze. Nelle stesse ore la Bcc di Pontassieve, città dove vive la famiglia del presidente del Consiglio, concede al suo papà Tiziano un mutuo da 697mila euro. A firmare le carte è il funzionario della banca Marco Lotti, papà di Luca – oggi sottosegretario alla presidenza del Consiglio e braccio destro del premier – che poco dopo sarebbe diventato responsabile della segreteria del neo sindaco. Che avrebbe poi assunto nella sua segreteria anche Cristina Mordini, che di Luca Lotti è la moglie. E’ la ricostruzione fatta dal quotidiano Libero dei giorni in cui alla Chil Post, società del padre del premier, veniva concesso il prestito: oggi a Genova davanti al gip Roberta Bossi si teneva l’udienza preliminare per sciogliere la riserva sulla posizione di Tiziano Renzi, nelle vicende della società è indagato per bancarotta fraudolentaIl 9 giugno il gip non aveva accolto la richiesta della Procura, che a fine marzo aveva chiesto che il padre del premier fosse scagionato.
Una storia di paese risalente al 2009, che con la veloce ascesa politica di Matteo Renzi assume rilievo nazionale. Tutto ruota attorno ad un muto concesso quell’anno alla Chil Post, fondata nel 1993 per la distribuzione di giornali e la realizzazione di campagne pubblicitarie e ceduta nel 2010 dalla famiglia del premier, da parte della Banca di credito cooperativo di Pontassieve. Dalle carte sul procedimento sul fallimento che Libero dice di aver letto, emerge il nome di Marco Lotti, ascoltato dalla procura di Genova come persona informata dei fatti. Ad attirare l’attenzione degli inquirenti è il ruolo avuto dall’uomo nella concessione del mutuo da quasi 700mila euro. Tutto ha inizio il 15 giugno 2009, quando la finanziaria regionale, la Fidi Toscana, firma la delibera con cui garantisce la copertura dell’80% del prestito. Una settimana dopo, il 22 giugno, Matteo Renzi vince le elezioni e diventa primo cittadino di Firenze: quel giorno la banca di Pontassieve apre l’istruttoria per l’anticipo di 697mila euro alla Chil.
Giusto 4 giorni più tardi, il 26 giugno, scrive ancora Libero, e Lotti senior dà il primo via libera: “Potremmo diventare la banca di riferimento del richiedente”, scrive il funzionario nel suo report vergato e firmato quel giorno. Tutto ciò accadeva “nel giugno del 2009, negli stessi giorni in cui il figlio Luca diventava il capo della segreteria politica di Matteo Renzi appena eletto sindaco di Firenze”, si legge in una nota firmata dal capogruppo di Fratelli d’Italia in Regione Toscana Giovanni Donzelli e diramata in seguito alle notizie pubblicate da Libero. Il 14 luglio Lotti scrive un secondo parere favorevole e il 22 arriva la delibera della banca per la concessione del muto e degli anticipi di cassa. Una manciata di giorni prima la segreteria del sindaco Renzi si era arricchita di un’altra professionalità: quella di Cristina Mordini, moglie di Luca Lotti.
Il paese è piccolo, ci si conosce tutti e quando si può ci si aiuta. Così, scrive ancora Libero, quando nel 2011 Tiziano Renzi ottiene di rimpiazzare l’ipoteca sulla casa di famiglia, tre amici dicono sì a versare 75mila euro in un libretto di pegno come garanzia: sono Alfio Bencini, candidato nel 2009 nella lista Renzi alle comunali, Mario Renzi, cugino di Matteo, e Andrea Bacci, ex socio di Tiziano e chiamato da Matteo nel 2006 a dirigere l’agenzia di comunicazione della provincia di Firenze e promosso nel 2009 presidente della Silfi, società comunale che si occupa di illuminazione. Nonché l’uomo che nel 2004 con la sua impresa edile ristruttura la villa del futuro sindaco a Pontassieve.
Aggiornamento dell’1 agosto 2016 – In data 30 luglio 2016 l’inchiesta per bancarotta a carico di Tiziano Renzi, nell’ambito del fallimento della Chil Post, è stata archiviata. Nelle motivazioni del gip del tribunale di Genova Roberta Bossi si legge che Renzi padre “non operò come socio occulto dopo la cessione del ramo d’azienda della Chil Post”. La bancarotta “fu determinata da altri” e “la cessione del ramo d’azienda non ha determinato la diminuzione del patrimonio ai danni dei creditori”.
fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/09/17/bancarotta-chil-post-padre-di-luca-lotti-firmo-lok-al-mutuo-per-tiziano-renzi-nel-giorno-in-cui-matteo-fu-eletto-sindaco/2044580/



venerdì 17 marzo 2017

Massimo Fini: “Il regime si sente in pericolo e reagisce. I 5Stelle sono arrivati troppo in alto” !!








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Massimo Fini: “Il regime si sente in pericolo e reagisce. I 5Stelle sono arrivati troppo in alto” !!


“Quando il regime è in difficoltà si compatta e si difende. I 5Stelle sono pericolosi tanto per la destra che per la sinistra ecco perché c’è tanto accanimento contro di loro”.

Lo scrittore e giornalista Massimo Fini spiega a Intelligonews il suo punto di vista sul caos al Comune di Roma e sulla crisi all’interno del Movimento 5Stelle.

giovedì 16 marzo 2017

Le parole di profonda stima dell’antropologa Amalia Signorelli nei confronti del Premier: “Renzi, con la sua famiglia, è socio-antropologicamente un caso emblematico della peggiore piccola borghesia clientelare e scalatrice Italiana, assatanata per il potere”






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Le parole di profonda stima dell’antropologa Amalia Signorelli nei confronti del Premier: “Renzi, con la sua famiglia, è socio-antropologicamente un caso emblematico della peggiore piccola borghesia clientelare e scalatrice Italiana, assatanata per il potere”



La professoressa Amalia Signorelli commenta la nomina del padre di Renzi a Rignano: “Renzi dimostra una brama di potere priva di buongusto, occupa ogni poltroncina”
“La sua famiglia emblema della peggiore piccola borghesia assatanata per il potere”
“La famiglia Renzi socio-antropologicamente è un caso abbastanza rappresentativo ed emblematico della piccola borghesia clientelare e scalatrice italiana. O meglio: è rappresentativa della parte peggiore di quella piccola borghesia“. Sono le caustiche parole dell’antropologa Amalia Signorelli, ospite de L’aria D’Estate (La7), a proposito della famiglia di Matteo Renzi.
“Ci hanno fatto assistere a una scena grottesca” – continua – “Prima esistevano delle piccole virtù chiamate ‘discrezione’, ‘pudore’, ‘saper farsi da parte quando arriva il momento’. Non mi piace questo assatanamento per il potere. Ma io dico a Renzi: Vergognati. C’hai potere in tutta Italia. Se tuo padre non sa che fare e si vuole divertire in qualche modo, compragli un cane“.
E chiosa: “Da queste persone ai quali si danno stipendi di stralusso, aerei personali per fare lo show a Rio De Janeiro, vantaggi di ogni genere, bisognerebbe avere almeno un po’ di discrezione e di buon gusto, se non di onestà. Qui chiedere l’onestà è effettivamente una esagerazione”

martedì 14 marzo 2017

1000 giorni di Renzi: Italia al penultimo posto nella UE, debiti, famiglie precarie, disagi sociali…c’è proprio di che vantarsi!!









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1000 giorni di Renzi: Italia al penultimo posto nella UE, debiti, famiglie precarie, disagi sociali…c’è proprio di che vantarsi!!




Il governo Renzi non ha fatto le riforme a costo zero che avrebbero favorito la produttività e l’economia, oltre che il benessere generale, non ha fatto nulla per ridurre gli sprechi della casta, ha mantenuto i fondi all’editoria così ha quasi tutti i giornali cartacei a sua disposizione, ha fatto approvare con voto di fiducia la riforma della costituzione che ha fatto ad usum proprium, la mattina dice una cosa e la sera il suo contrario, e c’è gente che ritiene che il bilancio sia positivo?
Renzi ha ragione: gli Italiani hanno voglia di cambiare. Ma il cambiamento non passa di certo per una riforma della costituzione sostanzialmente sbagliata nella forma e nei contenuti. La costituzione non deve essere immutabile, ma questo non significa che deve cambiare nel modo sbagliato. Per esempio per ridurre i costi della politica non bisogna per forza ridurre il numero di politici, basta ridurgli lo stipendio. Chi entra in politica non è obbligato a farlo. Chi lo vuole fare, lo fa per scelta, per dare un servizio alla nazione. E allora deve prendere uno stipendio normale, di 2.500 € al mese più rimborso per treni, aerei, autobus e taxi. Se uno vuole guadagnare di più allora può dimostrare quello che vale presso le aziende private, che non aspettano altro di trovare qualche manager così abile da far incrementare il fatturato.
Si espongono numeri, percentuali, classifiche: tutti aspetti tecnici che rispondono all’esigenza di dover far quadrare i conti nell’immediato. Nessuna programmazione, nessuna pianificazione, nessun progetto industriale di largo respiro, nessuna ricerca attenta, ponderata e ambiziosa tendente a costruire un domani al posto di un continuo accomodare un oggi a schemi precostituiti e appannaggio di un sistema che costruisce privilegi su altri già esistenti invece di costruirne di nuovi da estendere su una platea sempre più vasta. Continua….
Il Jobs Act e gli sgravi per le assunzioni stabili, i cui effetti sono rapidamente finiti. Il bonus di 80 euro, l‘eliminazione dell’Imu e le agevolazioni fiscali per le imprese, compensate però in gran parte dal ritocco al ribasso di incentivi già esistenti. Il balletto della spending review, con i tagli controbilanciati da incrementi di spesa per altre voci. La progressiva revisione al ribasso delle previsioni di crescita, con l’Italia che si appresta a chiudere il 2016 al penultimo posto tra i Paesi Ue e stando alle stime di Bruxelles è destinata nel 2018 a scivolare in ultima posizione. Infine l’arretramento, tra 2015 e 2016, nella classifica della Banca Mondiale sulla facilità di fare business nei diversi Paesi. Che il premier puntava al contrario a “scalare” recuperando ben 50 posizioni. Ecco il bilancio dei mille giornidi governo Renzi per quanto riguarda l’andamento delle principali variabili economiche. Più posti stabili ma anche più precari. Come i forzati del voucher che guadagnano in media 500 euro l’anno – Che gli occupati, in valori assoluti, siano aumentati, è innegabile: nel marzo 2014 gli italiani con un posto di lavoro erano 22,27 milioni, mentre secondo l’Istat a settembre 2016 – complici gli almeno 11 miliardi spesi per gli sgravi contributivi per le assunzioni stabili – erano saliti a 22,83 milioni, 563mila in più. In parallelo, dunque, il tasso di occupazione è salito dal 55,7% del marzo 2014 al 57,5% di settembre 2016. Quello di disoccupazione è sceso, in proporzione, di meno: dal 12,7 all’11,7%. Questo perché nel frattempo sono diminuiti gli inattivi, cioè quelli che il lavoro smettono di cercarlo perché non ci sperano più. Tuttavia non si può dire che l’obiettivo di rendere il mercato meno precariosia stato centrato. La premessa è che per finire tra le fila degli occupati è sufficiente, per convenzione statistica internazionale, aver svolto un’ora di lavoro retribuita nella settimana precedente a quella in cui si viene chiamati dall’Istat per la rilevazione. Quindi, per esempio, risultano occupati tutti gli iper precari pagati con i voucher da 10 euro: stando all’Inps nel 2015 hanno lavorato così quasi 1,5 milioni di persone, guadagnando in media meno di 500 euro l’anno.
Il fatto che la precarietà non sia diminuita emerge chiaramente dai dati Istat: salta all’occhio che mentre salivano i dipendenti stabili hanno continuato a crescere anche quelli a termine (da 2,19 a 2,45 milioni) e gli indipendenti (da 5,48 a 5,53 milioni). Del resto il decreto Poletti del marzo 2014 ha consentito ai datori di lavoro di stipulare contratti a tempo determinato di durata fino a tre anni senza indicare la causale, come invece era obbligatorio in precedenza.
Giù la disoccupazione per gli over 50, su per chi ha tra i 25 e i 34 anni. E il divario con l’Ue si allarga – Ulteriori contraddizioni vengono a galla se si guarda agli effetti di Jobs Act e incentivi sull’occupazione nelle diverse fasce di età. La disoccupazione giovanile è calata, è vero: tra i ragazzi nella fascia 15-24 anni, sono scesi dal 43,6 al 37,1% quelli in cerca di lavoro in rapporto al totale degli attivi. E’ però lievemente aumentato, dal 18,3 al 18,6%, il tasso di disoccupazione della classe di età successiva, quella tra i 25 e 34 anni. Al contrario è cresciuta la partecipazione al mercato del lavoro ed è calato dal 6,2 al 5,8% il tasso di disoccupazione degli over 50. Ma questo, come spiegato più volte dall’Istat, non dipende dalle riforme del governo Renzi bensì dalla legge Fornero, che ha innalzato i requisiti per accedere alla pensione.
Infine, dal confronto con gli altri Paesi Ue si scopre che il divario tra l’Italia e i partner ha continuato ad allargarsi: prima dell’insediamento di Renzi il tasso di disoccupazione italiano si attestava al 12,9%, nell’Eurozona era in media al 12% e nella Ue al 10,8%. A settembre 2016 i dati sono rispettivamente all’11,7, 10 e 8,5%. Il gap rispetto all’area euro è aumentato di 0,8 punti, quello rispetto ai 28 di 1,1 punti.
Crescita debole e fragile: nel 2016 e 2017 saremo penultimi nell’Ue. E nel 2018 maglia nera – “La crescita nel terzo trimestre del pil, che ancora non è quella desiderata, è la dimostrazione che il sogno di fare meglio della Germania non è irraggiungibile”, ha detto Renzi giovedì a Cagliari, commentando il +0,3% rispetto al trimestre precedente registrato dall’Istat, secondo cui la variazione acquisita per quest’anno è dello 0,8%. Che è anche l’ultima stima del governo, dopo una lunga serie di revisioni al ribasso (a gennaio il premier aveva definito “assolutamente alla nostra portata” un rotondo +1,6%). In realtà il fatto che tra luglio e settembre Berlino abbia fatto peggio di Roma (+0,2%) dice poco. Più significativo il confronto dei tassi di crescita su base annua, cioè rispetto al terzo trimestre 2015. La classifica basata su questo parametro vede l’Italia, con il suo +0,9%, al penultimo posto nell’Eurozona dietro la Lettonia (+0,7%). La Germania ha messo a segno un +1,7%, la Grecia +1,5%. La media dell’area euro è stata di +1,6%, quella della Ue +1,8%: il doppio rispetto al tasso di crescita della Penisola.
Nel complesso dovremmo archiviare il 2016 al penultimo posto nella Ue, davanti ad Atene. Nel 2015 ci siamo piazzati al terzultimo, lasciando dietro di noi solo Finlandia e Grecia. E la spirale discendente, stando alle previsioni della Commissione, è destinata a continuare: se il 2017 ci vedrà ancora penultimi (peggio solo Helsinki), nel 2018 con un risicato +1% ci avviamo ad essere maglia nera, a fronte di una media europea del +1,8%. Insomma: che sia in corso una lieve ripresa, dopo gli anni di recessione, è indubbio. Ma è altrettanto chiaro che stiamo continuando a perdere terreno rispetto agli altri, che recuperano più in fretta le perdite cumulate nel corso della crisi. In più la ripresa è debole e fragile, come dimostrano le oscillazioni nell’andamento della produzione industriale e lo stallo del secondo trimestre. Per gli ultimi mesi dell’anno, poi, lo stesso istituto di statistica è tutt’altro che ottimista.
Il recupero di “50 posizioni” nella classifica Doing business? Nel rapporto 2017 abbiamo perso terreno – Quanto al recupero di “50 posizioni” nella classifica Doing business index, obiettivo al 2018 delle slide renziane presentate nel marzo 2014, purtroppo il trend è esattamente opposto: il rapporto 2017 piazza l’Italia al 50esimo posto nel mondo per facilità di avviare e gestire un’impresa. Nel 2016 la Penisola era salita in 44esima posizione dalla 56esima del 2015, poi è nuovamente scivolata verso il basso. Renzi puntava al 15esimo posto, che resta decisamente lontano.
Giù le tasse da una parte, meno agevolazioni dall’altra… – In principio furono i bonus, a partire dagli 80 euro di sgravio sull’Irpef costati una decina di miliardi e diventati un boomerang per il governo quando, come raccontato da ilfattoquotidiano.it, 1,4 milioni di italiani hanno dovuto restituirlo perché avevano guadagnato troppo o troppo poco. Poi, nel luglio 2015, Renzi ha annunciato un piano triennale mirato a tagliare progressivamente le tasse: “Nel 2016 via la tassa sulla prima casa, nel 2017 intervento su Ires e Irap e nel 2018 sugli scaglioni Irpef e sulle pensioni”. L’Imu sulla prima abitazione, così come la Tasi, è stata in effetti eliminata. L’imposta regionale sulle attività produttive è stata abolita per le imprese agricole. Per le altre il bilancio è in chiaroscuro: nel 2015 hanno incassato la deducibilitàdall’Irap del costo del lavoro, che ne costituisce almeno il 50 per cento, ma con l’altra mano il governo ha riportato al 3,9% (con effetto retroattivo) l’aliquota applicata, mentre per il 2016 l’ha aumentata su base nazionale al 4,8% anche se le regioni hanno facoltà di fissarla a livelli più bassi. L’anno prossimo sarà il turno dell’imposta sul reddito delle società: in base alla legge di Bilancio l’aliquota scende dal 27,5 al 24%. A società di persone e ditte individuali – per esempio commercianti e artigiani – si applicherà invece dal 2017, al posto dell’aliquota progressiva Irpef, la nuova Iri (Imposta sul reddito dell’imprenditore), una flat tax del 24%.
Anche stavolta, però, c’è una contropartita non da poco: la manovra infatti riduce drasticamente l’Ace(Aiuto alla crescita economica), l’agevolazione introdotta nel 2011 per tutte le imprese che reinvestono gli utili anziché finanziarsi ricorrendo a prestiti: la percentuale da applicare all’incremento netto di patrimonio per calcolare la deduzione ammessa nella dichiarazione dei redditi cala dal 4,75% al 2,3%. Una sforbiciata che vale 1,7 miliardi di maggiori introiti per lo Stato. Secondo la Corte dei Conti, l’effetto combinato “implica una leggera redistribuzione del carico fiscale a vantaggio delle grandi imprese“, risultato contrario rispetto all’obiettivo dichiarato di agevolare le pmi. Oltre a disinnescare l’aumento dell’Iva per 15,3 miliardi previsto dalle clausole di salvaguardia, la manovra prevede poi un altro intervento sul fronte fiscale: l’estensione della no tax area per i pensionati. Saranno esonerati dal pagamento delle tasse tutti coloro che percepiscono meno di 8.125 euro lordi all’anno, mentre ora il limite è di 7.750 euro per quelli che hanno meno di 75 anni e 8mila euro per tutti gli altri. Per la promessa revisione delle aliquote Irpef bisogna attendere il 2018. L’anno prossimo arriverà solo un piccolo antipasto per gli agricoltori, che si vedranno azzerare l’imposta sulle rendite catastali dei terreni. A proposito di catasto: il governo ha lasciato scadere la delega fiscale concessa dal Parlamento senza mettere mano alla riforma da tempo sollecitata dalla Ue.
…e le entrate tributarie dello Stato continuano a salire – Dalle tabelle della relazione illustrativa alla legge di Bilancio emerge che nel complesso, complice anche la “lotta all’evasione”, l’anno prossimo le entrate tributarie di cassa saliranno da 457,1 a 465,3 miliardi. Il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, venerdì, ha twittato: “23,5 miliardi di tasse in meno dal 2014”. Per arrivarci somma le coperture per il bonus di 80 euro, l’abolizione di Tasi e Imu prima casa e dell’Irpef agricola, la deducibilità dall’Irap della componente lavoro, il taglio dell’Ires, le detrazioni fiscali per gli investimenti in beni strumentali. Nessun riferimento alla “razionalizzazione” dell’Ace e al balletto sulle aliquote Irap.
Il flop della revisione della spesa: spese correnti ancora in aumento – Renzi e Padoan rivendicano di aver ridotto la spesa pubblica di 25 miliardi con l’insieme dei provvedimenti varati dal 2014. Ma, come ha fatto notare nel suo ultimo libro Roberto Perotti, ex consigliere economico del governo per la revisione della spesa dimessosi lo scorso novembre, con l’altra mano l’esecutivo ha rimpinguato altri capitoli di spesa. Risultato: tra 2014 e 2016 il taglio effettivo si è fermato allo 0,4% del pil. La legge di Bilancio per il 2017 ora all’esame del Parlamento prevede poi una riduzione di soli 728 milioni delle uscite dei ministeri e scarica la fetta più corposa della spending review, 2,7 miliardi, sulle Regioni. Non a caso i governatori ritengono indispensabile una modifica. Nel complesso, peraltro, dalle tabelle della legge di Bilancio risulta che le spese correnti dello Stato, al netto degli interessi sul debitoche sono in calo, l’anno prossimo saliranno a 486,2 miliardi dai 485,4 del 2016. L’economista Francesco Daveri, riclassificando i numeri che emergono dalla manovra e confrontandoli con quelli della Nota di aggiornamento al Def, rileva che la spesa pubblica tra 2017 e 2019 aumenterà di 19 miliardi e che la legge di Bilancio, rispetto alla Nota, comporta per il solo 2017 ben 7 miliardi di spese in più.
Il rimbalzo delle auto blu – E le auto blu? A febbraio il ministro della Pubblica amministrazioneMarianna Madia ha sostenuto che sono state ridotte di due terzi, dalle 66mila del 2014 a meno di 22mila a fine 2015. Si tratta però di un’illusione ottica, dovuta al fatto che più di metà dei Comuni e il 40% delle Asl non aveva fornito i dati al dipartimento della Funzione pubblica. La controprova è che l’ultimo censimento ha visto il totale risalire da 21.769 a 23.203 in parallelo con l’aumento dall’80 all’87% della quota di enti pubblici che hanno risposto al censimento.