lunedì 10 aprile 2017

Lo sai che stai pagando la scorta a Scajola, Emilio Fede, Formigoni, Finocchiaro, Montezemolo, Mastella, Sallusti, Belpietro, Fini nenché a Silvio Berlusconi, al fratello Paolo ed altri 600 così? Sono 255 milioni l’anno, con l'impiego di 4.000 agenti e 1.500 auto!




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Lo sai che stai pagando la scorta a Scajola, Emilio Fede, Formigoni, Finocchiaro, Montezemolo, Mastella, Sallusti, Belpietro, Fini nenché  a Silvio Berlusconi, al fratello Paolo ed altri 600 così? Sono 255 milioni l’anno, con l'impiego  di 4.000 agenti e 1.500 auto!



Il Paese sotto scorta tra status e necessità
255 MILIONI OGNI ANNO
IN ITALIA 600 SCORTE CON 4.000 AGENTI E 1.500 AUTO.
TUTELANO PERSONALITÀ DALLA POLITICA AL GIORNALISMO. LE MOTIVAZIONI SONO SEGRETE.
La stima è di 255 milioni l’anno. Tanto costano le scorte sul bilancio dello Stato. Quasi tutte per necessità, per qualcuno invece lo status di un traguardo raggiunto, soprattutto nell’ambiente romano-centrico, dove le auto blu con tanto di sirena al seguito sono qualcosa come 200, mentre in Italia si stima che siano quasi 600 le scorte affidate a personalità politiche, del mondo dell’impresa, della cultura, dello spettacolo e del giornalismo. Il primo livello di protezione, dedicato a 16 uomini pubblici, è di due o tre auto blindate, ognuna con tre agenti. Il secondo, per 82 beneficiari, due auto blindate, sempre con tre agenti ciascuna. 312 personalità hanno una macchina blindata con due agenti. Le rimanenti 174 sono protette da uno o due agenti con un mezzo non blindato. Negli ultimi anni sono stati spesi 120 milioni di euro per 600 Bmw, 100 Audi e altre auto di lusso. Il parco macchine complessivo è di circa 1.500 unità. Una flotta. 4 mila sono gli agenti utilizzati.
De Mita, Scajola, Pisanu, Mastella
A scorrere l’elenco, in alcuni casi, viene da chiedersi il perché. Non si capisce, per esempio, come Antonio Mastrapasqua, ex presidente dell’Inps, viaggiasse scortato da tre agenti. Oppure la necessità di tutelare ministri della prima Repubblica come Paolo Cirino Pomicino e Ciriaco De Mita, altri da tempo non più in carica come Claudio Scajola, Beppe Pisanu, Francesco Rutelli, Gianfranco Rotondi, Lorenzo Cesa. Romano Prodi, due volte presidente del consiglio dei ministri, una volta presidente della Commissione europea e, in lontano passato, ministro dell’industria prima e presidente dell’Iri dopo, è scortato da quattro agenti che si alternano: “Rinuncerei volentieri, sono obbligato”. Almeno sul territorio italiano. Quando è a Bologna riesce a svicolare e spessissimo gira da solo.
Di una scorta di due uomini può godere anche Paolo Berlusconi, nella carica di fratello dell’ex presidente del consiglio. Il direttore del suo Giornale, Alessandro Sallusti e l’ex, Vittorio Feltri hanno diritto a due agenti ciascuno. Tra i direttori protetti c’è infine anche Maurizio Belpietro. Scortati sono anche il direttore della Stampa Mario Calabresi ed Emilio Fede, protetto da due agenti da molti anni. Tra i sorvegliati speciali del ministero non ci sono, al momento, né Beppe Grillo, leader del Movimento 5 stelle, né il segretario del Partito democratico , Matteo Renzi che, nonostante le resistenze fatte fino a oggi, avrà – come finora da protocollo li ha avuti il premier uscente Enrico Letta – 15 angeli custodi appena si sarà insediato a Palazzo Chigi.
Diversa, invece, la situazione per Grillo: formalmente non è segretario di nessun partito e il ministero non gli può imporre di essere sorvegliato. Qualche mese fa, dopo una serie di minacce registrate dai carabinieri, Grillo venne convocato perché accettasse di avere almeno due persone che sorvegliassero sulla sua incolumità personale. La risposta è stata un categorico no. Nonostante i suoi comizi siano sempre affollati, nonostante abbia nemici a profusione, nonostante le insistenze della famiglia, ha rifiutato il servizio pagato dalla Stato e non ne vuole sapere neanche di una sorta di sorveglianza privata. “Non ne ho bisogno”, è stata la sua risposta. “E non ne avrebbero bisogno neppure i politici che bivaccano a Roma”.
Boldrini, protetto il fidanzato
Le esigenze dei giorni scorsi e gli attacchi sul web hanno imposto anche di aumentare gli agenti che seguono il presidente della Camera dei deputati, Laura Boldrini: viene sorvegliata da 12 uomini ogni giorno per 24 ore. Per i suoi spostamenti vengono utilizzate sempre due auto blindate e una terza va in avanscoperta per effettuare i sopralluoghi di sicurezza nei luoghi dove è attesa. Una quarta auto tutela l’abitazione privata. Inoltre la scorta è stata estesa anche al suo compagno dalla settimana scorsa, quando il presidente della Camera ha ricevuto un proiettile. in una busta. Sotto tutela è anche il ministro all’integrazione, ormai uscente, Cecile Kyenge, che dopo gli attacchi di cui è stata oggetto nell’ultimo anno e il valore simbolico che ricopre la sua figura di primo ministro nero della storia d’Italia, è sempre circondata da sei uomini.
Ma come vengono assegnate le scorte? Prima del 2002 la questione era regolata dalle singole prefetture. Una persona poteva essere protetta a Milano, ma non essere ritenuta meritevole di tutela dal prefetto di Roma. L’allora ministro degli interni Claudio Scajola nel settembre 2001 lanciò un programma per il taglio del 30% di tutte le scorte che costavano allora circa mille miliardi di lire all’anno, meno di 500 milioni di euro odierni. I tagli provocarono il disappunto di diverse procure tra cui quella di Milano, tanto che il procuratore capo Francesco Saverio Borrelli minacciò uno sciopero della scorta assieme alla sua pm più a rischio, Ilda Boccassini (impegnata in pericolose inchieste sulla ‘ndrangheta).
Ma poi succede l’irreparabile. Il 19 marzo 2002 a Bologna, il giuslavorista Marco Biagi – che da mesi invano chiedeva indietro la scorta che gli era stata tolta dai prefetti di Modena, Bologna, Roma e Milano – fu freddato in via Valdonica davanti al portone di casa. Seguì un vespaio di polemiche che travolsero Scajola e i suoi tagli. Il capo del Viminale, sotto pressione, arrivò a dire poche settimane dopo l’agguato: “A Bologna hanno colpito Biagi che era senza protezione, ma se lì ci fosse stata la scorta i morti sarebbero stati tre. E poi vi chiedo: nella trattativa di queste settimane sull’ articolo 18 quante persone dovremmo proteggere? Praticamente tutte”. Poi dichiarò ancora ai cronisti stupefatti: “Biagi era un rompicoglioni che voleva il rinnovo del contratto di consulenza”. Il politico ligure fu silurato dal governo, ma intanto il 2 luglio 2002 arrivò la legge numero 133, quella tuttora in vigore che ha rimesso all’Ucis, l’Ufficio centrale interforze per la sicurezza nazionale, la competenza di adottare i provvedimenti e impartire le direttive per la tutela e la protezione delle persone esposte a particolari situazioni di rischio.
Cosa dice la legge
La legge, se da una parte vorrebbe razionalizzare il sistema di protezione fino allora frazionato e diviso tra decine di prefetture, dall’altra contiene anche norme discutibili, come quella che prevede che gli autisti dei politici o delle personalità pubbliche o private che ottengano la scorta, possano diventare automaticamente agenti di pubblica sicurezza, con tanto di giuramento. Oppure il comma tre dell’articolo 1, che recita: “Per specifiche circostanze e casi determinati il Presidente del Consiglio dei Ministri, d’intesa con il Ministro dell’interno, può definire modalità differenziate in ordine alla tutela e alla protezione di cui al comma 1”. Un cavillo che lascia mano libera all’allora premier e che viene utilizzato per tenersi la sua mega scorta anche una volta uscito da Palazzo Chigi. Nell’aprile 2006 infatti, come riportarono i giornalisti Stella e Rizzo sul Corriere quando ancora stava a Palazzo Chigi in attesa di lasciare il posto a Romano Prodi, il Cavaliere decise di concedersi una scorta di 31 uomini e 16 auto in qualità ex presidente del consiglio. Quella stessa scorta che oggi una petizione online indirizzata al premier Letta, con 120 mila firme già raggiunte, vorrebbe fosse levata a Berlusconi vista anche alla condanna in via definitiva arrivata nell’agosto 2013 Peraltro lo stesso Copasir, il comitato di controllo parlamentare sui servizi segreti lamenta da tempo carenza di organici tra gli 007 italiani e uno dei motivi sarebbero proprio le scorte: cento agenti segreti infatti sono impiegati nella scorta di esponenti politici per un costo annuo di 15 milioni all’anno.
Da Il Fatto Quotidiano del 17/02/2014.

domenica 9 aprile 2017

Gino Strada: “Non vedo più la sinistra, ma solo comitati d’affari”




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Gino Strada: “Non vedo più la sinistra, ma solo comitati d’affari”


A inizio anno ha vinto il premio “Sunhak Peace 2017”, assegnato a personalità e organizzazioni che si distinguano per il loro contributo alla pace e allo sviluppo umano. Il 10 febbraio, invece, ha posato con Renzo Piano la prima pietra per la costruzione di un centro di chirurgia pediatrica d’eccellenza in Uganda. Gino Strada è il fondatore di Emergency: “Oggi”, dice, “parlare di pace è considerato irreale e utopistico. Noi siamo contro la guerra in un mondo in cui non esiste più un partito, un’organizzazione internazionale che la ripudi davvero”.

Qual è l’ultima scommessa di Emergency?Stiamo lavorando per riprendere a operare nel nostro ospedale di Erbil, nel Kurdistan iracheno, che avevamo lasciato qualche anno fa alle autorità locali. Su richiesta del governo curdo e dell’Unione europea, riprenderemo a curare lì i feriti che arrivano da Mosul, dove si combattono l’esercito iracheno e gli uomini di Daesh, con attacchi indiscriminati alle aree abitate dai civili e i residenti in fuga usati come scudi umani.

Quali sono le attività di Emergency oggi nel mondo?Dalla sua fondazione, nel 1994, Emergency ha curato gratuitamente 8 milioni di persone. Le nostre attività sono soprattutto chirurgia di guerra, pediatria e maternità: in Afghanistan, per fare un esempio, abbiamo tre ospedali chirurgici, un centro maternità – che abbiamo dovuto raddoppiare perché non ci stavamo più dentro – e una quindicina di cliniche. In Sudan, abbiamo un centro di cardiochirurgia, un ospedale pediatrico per il trattamento del colera e una clinica pediatrica in un grosso campo di rifugiati che raccoglie dalle 600 alle 800 mila persone. E siamo anche in Sierra Leone e nella Repubblica Centrafricana.

Avete attività anche in Italia. A Milano si vedono i camion rossi di Emergency per l’assistenza agli stranieri.Siamo a Milano, a Marghera, a Palermo e in diversi posti della Sicilia. A Polistena, in Calabria, abbiamo un ambulatorio fisso. Poi ci sono gli ambulatori mobili che seguono i migranti che si spostano per i raccolti. Ce n’è uno a Ponticelli, Napoli, e uno sportello di assistenza a Sassari. Faccio fatica a star dietro a tutte le cose che apriamo.

In Italia non assistete più solo gli stranieri.Quando abbiamo cominciato, nel 2006, pensavamo di occuparci solo di migranti. Ora invece ci occupiamo anche di italiani poveri che non riescono più a curarsi come si deve perché la sanità, che dovrebbe essere gratuita, non lo è più. Il sistema sanitario sta diventando privato. Il paziente deve pagare. Magari non molto, ma quel non molto per tanti è troppo.

In Europa e nel mondo intanto si innalzano muri.Negare asilo ai rifugiati è vergognoso. Ma è anche la fine dell’Europa, che non era nata sull’idea dell’esclusione, della fortezza assediata. Ci riempiamo la bocca di parole come “globalizzazione”, diciamo che il mondo non ha più confini, quando in realtà i confini non ci sono solo per le merci. Soltanto gli imbecilli possono pensare di fermare migrazioni che nella storia non è mai stato possibile fermare. Ogni sera, una persona su nove va a dormire affamata. Come possiamo essere sorpresi che milioni di esseri umani lascino la loro casa e si mettano in viaggio per sfuggire alla povertà e alla guerra?

Anche la sinistra pensa a come “governare” i flussi migratori.Io non so che cosa sia la sinistra. Capisco cos’è destra e sinistra se si parla del codice stradale, se si parla di politica non lo capisco più. Del resto, anche in Italia, la miglior politica di destra l’ha fatta la sinistra. Bisognerebbe tornare a discutere di valori e di principi fondamentali, invece ormai i governi sono in modo spudorato semplicemente dei comitati d’affari delle multinazionali. Il primo problema che dovrebbero affrontare è quello della guerra, da rifiutare sempre e comunque, non “questa no”, “quella sì”. Questo atteggiamento ha fatto fallire anche le istituzioni internazionali: l’Onu fu creata per impedire la guerra, invece da allora nel mondo ci sono stati 160 conflitti. È finito: il suo Consiglio di sicurezza è diventato il consiglio degli armaioli del mondo, che producono e vendono armi per i conflitti. Se vogliamo sperare che l’umanità sopravviva, dobbiamo smettere di ammazzarci.
da: Il Fatto quotidiano, 19 febbraio 2017

sabato 8 aprile 2017

Gino Strada: "le guerre sono state sempre decise dai ricchi e dai potenti che hanno mandato a morire i figli dei poveri"




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Gino Strada: "le guerre sono state sempre decise dai ricchi e dai potenti che hanno mandato a morire i figli dei poveri"



"La guerra e' lo strumento più crudele e più stupido che si possa immaginare e non funziona nemmeno". Lo dice Gino Strada, fondatore di Emergency, ospite di 'In mezz'ora' su Raitre.
"Se si va a guardare indietro nella storia - prosegue - le guerre sono state sempre decise dai ricchi e dai potenti che hanno mandato a morire i figli dei poveri.
Non ci sono popoli che vogliono la guerra", altrimenti "i governi non dovrebbero raccontare palle per mandare la gente in guerra".
"La guerra è uno strumento crudele e stupido, è disumana. Dobbiamo togliercela dalle palle"
Ora c'e' stato un salto di qualità... "E' un refrain che sentiamo sempre. Ogni volta c'e' stato un salto di qualità. Ma quello che sta succedendo e' o non e' legato anche alla politica di guerra? Alla scelta della guerra? E' questa scelta che crea i disastri.
E' possibile che non riusciamo a pensare un mondo senza guerra? Siamo l'unica specie che si fa la guerra. La guerra distrugge pezzi di umanità, e' contro l'uomo, e' disumana. Dobbiamo toglierci la guerra dalle palle, come si suol dire", conclude il fondatore di Emergency.
"In 15 anni di guerra solo danni. Basta balle, si sono inventati pure la provetta di piscio" riferendosi alla famosa provetta di antrace usata per dichiarare guerra a Saddam. (fonte)
"La guerra non solo è uno strumento stupido e crudele, non funziona neanche". A dirlo è Gino Strada, fondatore di Emergency, nel corso di un'intervista a In Mezz'Ora, su Raitre, per criticare gli ultimi 15 anni di gestione delle crisi internazionali. "Questa guerra è incominciata poco dopo l'11 settembre. È stato detto, a noi cittadini, che era cominciata la guerra al terrorismo e sarebbe durata 50 anni. Bene, 15 sono già passati. E con quali risultati?".
Strada evidenzia che "si sono distrutte intere nazioni, scardinata la struttura sociale, non solo politica. E l'Isis nasce proprio da lì. Davvero un grande successo ... e nessuno dice niente. Serve la guerra o ha prodotto ulteriore guerra, ulteriore terrorismo? Ce li ricordiamo i talebani? Nessuno se li ricorda più, ma controllano oggi molto più di quello che controllavano prima dell'ingresso in guerra in Afghanistan".
Il fondatore di Emergency non accetta di parlare di errori del passato, "non ci sto a liquidare 15 anni di storia così. Prima bisogna ammettere gli errori del passato. Quante balle sono state raccontate ai cittadini del mondo - prosegue Strada - Mi sono visto sventolare perfino una provetta con piscio di laboratorio per giustificare una guerra. E oggi ammettono di aver detto bugie, perfino Tony Blair".
Gino Strada non riesce a trattenere l'emozione, poche parole per ricordare Valeria Solesin, per anni volontaria di Emergency e unica vittima italiana delle stragi di Parigi. "Siamo addolorati. Purtroppo, è un'altra vittima del terrorismo. Non mi sento di dire di più per rispetto del dolore della famiglia".




venerdì 7 aprile 2017

Gino Strada: “In 15 anni di guerra solo danni. Ci raccontano solo balle, ma in tutto questo tempo hanno solo distrutto nazioni, rafforzato i Talebani (di cui nessuno parla più) e inventato l’Isis!!




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Gino Strada: “In 15 anni di guerra solo danni. Ci raccontano solo balle, ma in tutto questo tempo hanno solo distrutto nazioni, rafforzato i Talebani (di cui nessuno parla più) e inventato l’Isis!!


“La guerra non solo è uno strumento stupido e crudele, non funziona neanche”. A dirlo è Gino Strada, fondatore di Emergency, nel corso di un’intervista a In Mezz’Ora, su Raitre, per criticare gli ultimi 15 anni di gestione delle crisi internazionali. “Questa guerra è incominciata poco dopo l’11 settembre. È stato detto, a noi cittadini, che era cominciata la guerra al terrorismo e sarebbe durata 50 anni. Bene, 15 sono già passati. E con quali risultati?”.

Strada evidenzia che “si sono distrutte intere nazioni, scardinata la struttura sociale, non solo politica. E l’Isis nasce proprio da lì. Davvero un grande successo … e nessuno dice niente. Serve la guerra o ha prodotto ulteriore guerra, ulteriore terrorismo? Ce li ricordiamo i talebani? Nessuno se li ricorda più, ma controllano oggi molto più di quello che controllavano prima dell’ingresso in guerra in Afghanistan”.

Il fondatore di Emergency non accetta di parlare di errori del passato, “non ci sto a liquidare 15 anni di storia così. Prima bisogna ammettere gli errori del passato. Quante balle sono state raccontate ai cittadini del mondo – prosegue Strada – Mi sono visto sventolare perfino una provetta con piscio di laboratorio per giustificare una guerra. E oggi ammettono di aver detto bugie, perfino Tony Blair”.

Gino Strada non riesce a trattenere l’emozione, poche parole per ricordare Valeria Solesin, per anni volontaria di Emergency e unica vittima italiana delle stragi di Parigi. “Siamo addolorati. Purtroppo, è un’altra vittima del terrorismo. Non mi sento di dire di più per rispetto del dolore della famiglia”.

Gino Strada - novembre 2015

martedì 4 aprile 2017

Per rinfrescarVi la memoria... Quando la Lega spalleggiò Berlusconi per salvare dal carcere il delinquente Nicola Cosentino...




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Per rinfrescarVi la memoria... Quando la Lega spalleggiò Berlusconi per salvare dal carcere il delinquente Nicola Cosentino...



da il Fatto Quotidiano del 12.01.2012

Camera, Lega e Radicali salvano Cosentino
“Sono una vittima, ringrazio il Parlamento”

POLITICA
Con 298 sì e 309 no, l'aula di Montecitorio si è espressa sul caso del coordinatore del Pdl in Campania, accusato di avere legami di affari e politici con i clan dei Casalesi. In serata l'ex sottosegretario si è dimesso da coordinatore regionale del Pdl in Campania

Con 298 sì e 309 no, la Camera dei deputati ha negato l’autorizzazione all’arresto di Nicola Cosentino, ex sottosegretario all’economia dell’ultimo governo Berlusconi e attuale coordinatore regionale del Pdl in Campania. Il deputato di Casal di Principe è accusato dai pm napoletani di riciclaggio e corruzione con l’aggravante del metodo mafioso. Il voto è avvenuto a scrutinio segreto, ma determinanti per salvare Cosentino sono stati i voti dei Radicali (contrari all’arresto per la presenza di fumus percutionis: i loro sei voti sono stati determinanti per salvare Cosentino) e soprattutto della Lega (Bossi non ha votato), che sulla questione si è spaccata al suo interno. Oltre a Bossi, non hanno partecipato al voto anche gli ex ministri Giulio Tremonti, Saverio Romano, Antonio Martino e Lucio Stanca. Del Pdl non hanno votato Jole Santelli, Souad Sbai, Manuela Di Centa, Amato Berardi e Angeli Giuseppe. Presenti e votanti Alfonso Papa e Marco Milanese, gli ultimi due deputati del Pdl sui quali l’Aula si è espressa sull’autorizzazione all’arresto, con risultati diametralmente opposti (Papa in carcere, Milanese no). Il Pd, invece, ha spiegato che i due assenti, Giuseppe Fioroni e Giovanni Sanga, erano assenti per malattia mentre dell’Udc mancava Angelo Compagnon. Non ha votato anche Maria Grazia Siliquini e due erano gli assenti del gruppo Fli (Francesco Divella e Donato Lamorte). Quattro erano i deputati in missione.
Dopo il voto, lo stesso Cosentino si è detto “vittima di un trattamento ingiusto e di un’aggressione mediatica, politica e in parte giudiziaria”, per poi aggiungere: “Non ringrazio la Lega, ma il Parlamento per un dibattito proficuo e approfondito”. Sulle sue dimissioni da coordinatore regionale campano del partito di Berlusconi, invece, l’ex sottosegretario ha preso tempo. “E’ mia intenzione farlo – ha detto Cosentino – Sentirò i vertici del partito in Campania e i vertici nazionali del Pdl”. In serata, poi, Cosentino ha ratificato il passo indietro: “Mi sono recato dal presidente Berlusconi e ho consegnato le mie dimissioni irrevocabili da coordinatore del Pdl della Campania”.

Ecco come quelli che paghiamo per governarci esultano dopo aver salvato un delinquente dal carcere...!



lunedì 3 aprile 2017

Laura Boldrini, la donna politica più costosa del mondo: ci costa 2.000.000€ all’anno!






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Laura Boldrini, la donna politica più costosa del mondo: ci costa 2.000.000€ all’anno!


Ma quanto lavora? Laura Boldrini, presidente della Camera dei Deputati, ci costa l’equivalente del fatturato di una PMI del latte con sette dipendenti: circa due milioni di euro. Con la differenza che la PMI porta produttività e guadagno allo Stato, mentre la dama del Parlamento, oltre ad essere improduttiva, è un’assenteista doc. Nel 2013, ad esempio, partecipò a 121 sedute su 225 (poco più di una seduta su due), mentre ha fatto di peggio nel 2014, quando ha presieduto la Camera solo per 218 ore e 8 minuti su un totale di 920 ore e 40 minuti (meno di una seduta su quattro). (Fonte: beppegrillo.it)
Ma quanto guadagna? Esclusa l’indennità di fine mandato, le voci che compongono la busta paga della terza carica dello Stato sono:
  • Indennità parlamentare: 5 mila euro al mese per 12 mensilità. Totale: 60mila euro.

  • Diaria (il rimborso delle spese di soggiorno a Roma): 3.503,11 euro al mese per 12 mensilità. Totale: 42mila euro.

  • Rimborso spese per l’esercizio del mandato: 3.690 euro al mese per 12 mensilità. Totale: 44.200 euro.

  • Indennità d’ufficio: 4.223,83 euro al mese per 12 mensilità. Totale: 50.600 euro.

Siamo dunque intorno ai 16.400 euro al mese197 mila euro netti l’anno. (Fonte:Panorama) Si taglia lo stipendio del 50%, ma ci sono spese ulteriori. Nel 2013, ad esempio, andò in Sudafrica con un volo di Stato portando il suo compagno, sei collaboratori e la scorta (tutto pagato da noi). (Fonte: La Gabbia) Ed è proprio la scorta la spesa più grande a vantaggio della Boldrini e a carico degli italiani. Si tratta di 27 uomini, impegnati a garantire unicamente l’incolumità di Laura Boldrini. La Presidente della Camera è la donna più scortata d’Italia e d’Europa e costa ai contribuenti italiani oltre 1 milione e centomila euro l’anno. La scorta, ovviamente, è allargata anche al compagno e alla figlia (una vera presa per il culo nei confronti degli italiani). (Fonte: Il Fatto Quotidiano) Senza contare, poi, le spese per trasferte e auto blu.
E quanto altro ci costa? Si apprende, nell’ordine: che la Boldrini ha una pagina Facebook, profili Twitter, Instagram e Google+ e persino un canale YouTube; che a curare la comunicazione di Montecitorio provvede un esercito di persone (sette di staff personale, a943mila euro l’anno, più trentadue che lavorano all’ufficio stampa istituzionale). (Fonte:Libero Quotidiano)
A cosa ci serve? A niente! Improduttiva a zero soluzioni. Con i suoi discorsi commoventi gli italiani non mangiano. Ah, naturalmente la Camera ci costa ancora quasi 1 miliardo di euro all’anno (1866 euro al minuto). Laura Boldrini costa più di Angela Merkel e Hillary Clinton. Che dire? Per un mandato? Dieci milioni di euro buttati!
fonte: http://gionapanarello.com/laura-boldrini-la-donna-politica-piu-pagata-del-mondo-2-000-000e-allanno/




Gasdotto Tap - Mafia e soldi sporchi dietro la distruzione degli ulivi del Salento!




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Gasdotto Tap - Mafia e soldi sporchi dietro la distruzione degli ulivi del Salento! 




Tap, mafia e soldi sporchi dietro il gasdotto

Nel contestato maxi-progetto per portare il gas dell'Azerbaijan in Puglia spuntano manager in affari con le cosche, oligarchi russi e casseforti offshore. L'inchiesta integrale sul'Espresso in edicola domenica

DI PAOLO BIONDANI E LEO SISTI


All'origine del super-gasdotto che minaccia di perforare le coste del Salento c’è una storia nera. Un intreccio di manager in affari con la mafia, valigie di contanti, oligarchi russi, affaristi italiani legati alla politica, casseforti anonime con la targa offshore. Gli scheletri nell'armadio del Tap.

Un'inchiesta dell'Espresso – in edicola da domenica – svela i retroscena del maxi-progetto partendo dagli interrogativi alla base delle proteste esplose in Puglia contro lo sradicamento dei primi 231 olivi: chi ha scelto l’attuale tracciato? Perché è un consorzio privato svizzero a gestire un'opera dichiarata strategica dalle autorità europee? E' davvero necessario far passare miliardi di metri cubi di gas tra spiagge meravigliose e oliveti secolari, anziché in zone già industrializzate?

Il Tap è la parte finale di un gasdotto di quasi quattromila chilometri che parte dall'Azerbaijan. Il costo preventivato è di 45 miliardi. In Salento, a Melendugno, sono iniziati gli scavi del tunnel in cemento autorizzato dal ministero dell’Ambiente per passare sotto la spiaggia. Da lì sono previsti altri 63 chilometri di condotte fino a Mesagne. Il consorzio Tap Ag prevede di dover trapiantare, in totale, circa diecimila olivi.

L'Espresso ha potuto esaminare documenti riservati della Commissione europea, che svelano il ruolo cruciale di una società-madre, finora ignota: l’azienda che ha ideato il Tap. Si chiama Egl Produzione Italia, ma è controllata dal gruppo svizzero Axpo. Le carte, richieste dall’organizzazione Re:Common, dimostrano che Egl ha ottenuto, nel 2004 e 2005, due finanziamenti europei a fondo perduto, per oltre tre milioni, utilizzati proprio per i progetti preliminari e gli studi di fattibilità del Tap. Gli ultimi fondi pubblici sono arrivati nel 2009. I ricercatori avevano chiesto altri atti, ma la Commissione li ha negati «per rispettare segreti industriali, sicurezza e privacy» delle multinazionali interessate.

In questa Egl, la società-madre del Tap, anche l’amministratore delegato è un cittadino svizzero: Raffaele Tognacca, un manager che in Italia ha lavorato anche con il gruppo Erg. Tornato in Svizzera, ha lanciato la finanziaria Viva Transfer. Che un'indagine antimafia ha additato come una lavanderia di soldi sporchi. Intervistato dalla tv svizzera italiana, il pm Michele Prestipino descrisse la vicenda come «un caso esemplare di riciclaggio internazionale di denaro mafioso».

Tutto inizia nel 2014, quando la Guardia di Finanza scopre un presunto clan di narcotrafficanti collegati alla ’ndrangheta. Il gruppo, capeggiato dal calabrese Cosimo Tassone, è accusato di aver importato oltre mezza tonnellata di cocaina. E viene intercettato mentre deve versare un milione e mezzo di euro ai narcos sudamericani. I calabresi reclutano un promotore toscano e i suoi due figli, che accettano di «portare quei soldi in contanti, dentro due trolley, a Lugano, nella sede della Viva Transfer», come confermano le confessioni degli stessi corrieri poi arrestati. A ricevere i pacchi di banconote è «Raffaele Tognacca in persona». Proprio il manager che ha tenuto a battesimo il Tap.

Tra sudamericani e calabresi scoppia anche una lite: i narcos hanno ricevuto mezzo milione in meno. Tassone sospetta dei corrieri toscani: «Gli spacco la testa!». Un figlio del promotore viene sequestrato in Brasile. Finché il clan si convince che è Tognacca ad aver incamerato una parcella di oltre 400 mila euro («il 35 per cento!»). Quindi scattano gli arresti. Al processo, in corso a Roma, i pm hanno formulato una specifica accusa di riciclaggio. E hanno chiesto ai magistrati svizzeri di indagare sulla parte estera. Tognacca si è difeso pubblicamente dichiarando di «non essere stato oggetto di nessuna misura penale». Per i pm italiani il reato resta assodato. Ma i giudici elvetici potrebbero aver archiviato per «mancata prova del dolo»: Tognacca poteva non sapere che erano soldi di mafia. Magari mister Tap pensava di aiutare onesti evasori.

Dopo aver ottenuto i fondi europei, la Egl è stata cancellata e assorbita da Axpo. Questo spiega perchè oggi il gruppo svizzero è azionista della Tap Ag con l'inglese Bp, l’italiana Snam, la belga Fluxys, la spagnola Enagas e l’azera Az-tap.

L'articolo integrale de l'Espresso racconta molti altri retroscena. Come un accordo segreto per favorire un oligarca russo rappresentato da amici di politici italiani. E le tesorerie offshore, documentate dai Panama papers, dei manager di Stato in Azerbaijan e Turchia.

fonte: http://espresso.repubblica.it/inchieste/2017/03/31/news/tap-mafia-e-soldi-sporchi-dietro-il-gasdotto-1.298585